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Julian si svegliò lentamente, come un uomo strappato a un sogno troppo bello per essere abbandonato. Per un istante credette ancora di essere lì, oltre il muro, dentro quel mondo liquido e impossibile dove i colori respiravano. Poi arrivò l’odore acre del disinfettante.
Una luce bianca gli ferì gli occhi.
Qualcuno gli stava parlando.
«Signore? Mi sente?»
Un’infermiera gli sfiorò una spalla. Dietro di lei comparve il volto stanco di un medico. Che con lo stetoscopio lo stava auscultando.
Julian si guardò attorno confuso. Pareti pallide. Ferro. Lenzuola rigide. Nessuna traccia di verde.
«No...» sussurrò. «No, non può essere.»
Provò a sollevarsi, ma un dolore sordo gli attraversò il petto. Si lasciò ricadere sul cuscino. Una lacrima gli scivolò lentamente lungo la tempia, sparendo tra i capelli umidi.
L’infermiera gli rivolse un sorriso gentile.
«Bentornato tra noi.»
"Tra noi."
Quelle parole gli parvero una condanna.
Il medico aprì una cartella e si avvicinò al letto.
«Ricorda cosa è successo?»
Julian fissò il soffitto per qualche secondo. Nella vernice bianca gli sembrò quasi di intravedere geometrie sottili, linee nascoste sotto la superficie. Batté le palpebre e sparirono.
Fece appena cenno di no.
«L’abbiamo trovata priva di sensi vicino al Père-Lachaise,» continuò il medico. «Pensavamo a un’intossicazione o a un malore, ma gli esami non mostrano nulla di anomalo.»
Julian rise piano. Una risata secca, svuotata.
«Il problema,» mormorò, «è che sono tornato.»
Il medico e l’infermiera si scambiarono uno sguardo rapido, professionale. Ma la donna esitò un istante di più. C’era qualcosa negli occhi di quell’uomo che le mise addosso una tristezza inspiegabile. Non sembrava felice di essere vivo.
Fu dimesso quello stesso pomeriggio.
Parigi aveva il colore sporco dell’acqua piovana. Le persone camminavano rapide lungo i boulevard senza alzare lo sguardo, trascinandosi dietro ombre sottili e stanche. Julian avanzava in mezzo a loro come un sopravvissuto a una catastrofe invisibile.
Davanti alla porta del suo studio infilò una mano nella tasca del cappotto in cerca delle chiavi.
Le dita urtarono qualcosa di freddo.
Si immobilizzò.
Lentamente estrasse l’oggetto.
Era il cucchiaio di rame.
Il metallo rossastro scintillò appena nella luce opaca di quel giorno. Julian lo fissò senza respirare. Lo sentì pesante nel palmo, reale.
Allora non era stato un delirio.
Aprì la porta quasi inciampando.
Lo studio odorava di polvere, olio di lino e tela umida. Nulla era cambiato, eppure tutto gli sembrò estraneo. I quadri incompiuti appoggiati alle pareti avevano l’aria di oggetti lasciati da un morto.
Chiuse la porta alle sue spalle e rimase immobile nel silenzio.
Poi vide la tela bianca sul cavalletto.
Fu come avvertire una fitta dietro lo sterno.
Si avvicinò senza togliersi il cappotto. Le mani gli tremavano mentre cercava un carboncino sul tavolo da lavoro. Ne trovò uno spezzato.
Di solito preparava schizzi accurati, studiava la luce, misurava le proporzioni con pazienza quasi maniacale.
Questa volta il braccio si mosse da solo.
Il carboncino graffiò la tela con violenza.
Una linea.
Poi un’altra.
Julian lavorava senza respirare quasi, trascinato da un’urgenza febbrile che sembrava arrivare da molto più lontano della memoria. Il nero si accumulava sulla superficie bianca in forme impossibili: curve che si piegavano dentro altre curve, prospettive sbagliate che però, in qualche modo, funzionavano.
Ogni tanto il carboncino si spezzava sotto la pressione delle dita. Lui lo lasciava cadere a terra e ne prendeva un altro.
La luce del pomeriggio morì lentamente dietro le finestre sporche.
Lo studio sprofondò nella penombra.
Eppure Julian continuava.
Non stava dipingendo ciò che aveva visto oltre il muro.
Stava fallendo nel tentativo di trattenerlo.
Quando finalmente si fermò, la notte era già entrata nella stanza.
Accese una candela.
La fiamma tremò, illuminando la tela.
Julian fece un passo indietro.
Il disegno era magnifico.
Più vivo di qualsiasi opera avesse mai creato. Le linee sembravano muoversi appena sotto la superficie della tela. Al centro emergeva una figura femminile incompleta, sfumata, i capelli simili a fili metallici sospesi nell’acqua.
Eppure, osservandola, Julian sentì solo un dolore vuoto aprirsi lentamente dentro di lui.
«Non basta,» sussurrò.
La voce gli uscì roca.
Quella non era la visione. Era solo la sua carcassa.
Mancava il colore.
Mancava quel verde impossibile che vibrava come musica dentro l’aria del Varco.
Julian abbassò lo sguardo.
Sul tavolo, accanto a una bottiglia vuota, riposava il cucchiaio di rame.
La candela proiettava il suo riflesso sulla parete.
Ma il riflesso non era rossastro.
Era verde.
Un verde intenso, profondo, quasi liquido.
Julian rimase immobile.
La striscia luminosa sul muro sembrava pulsare lentamente, come il respiro silenzioso di qualcosa che stava aspettando.
Il tempo aveva iniziato a disfarsi lentamente attorno a lui, come carta lasciata nell’acqua. Mangiava poco, quasi senza rendersene conto. Dormiva ancora meno. A volte si addormentava sulla poltrona dello studio con il carboncino tra le dita, per poi svegliarsi nel cuore della notte con l’urgenza improvvisa di aggiungere una linea, una sfumatura, un dettaglio che rischiava di svanire dalla memoria.
E più dipingeva, più il mondo reale gli sembrava spento.
Le sue nuove opere lasciavano senza parole chiunque le vedesse. Alcuni restavano immobili davanti alle tele come davanti a una finestra aperta su qualcosa che non riuscivano a comprendere. Altri distoglievano lo sguardo dopo pochi secondi, turbati da quelle prospettive impossibili e da quei riflessi verdastri che sembravano muoversi appena sotto la pittura fresca.
Ma Julian non provava alcun orgoglio.
Ogni quadro gli sembrava solo un tentativo fallito di tornare indietro.
Una sera tornò nel locale di Montmartre dove tutto era cominciato.
Scese lentamente i gradini del seminterrato mentre il brusio delle conversazioni e il suono distante del pianoforte salivano verso di lui come un ricordo.
Il locale era identico.
L’aria densa di fumo. Le lampade basse. I tavolini consumati dall’umidità e dai liquori versati negli anni. Una sottile foschia grigia danzava vicino al soffitto, deformando le ombre dei clienti.
Julian si sedette allo stesso tavolo di quella notte.
Ordinò un bicchiere d’assenzio.
Guardò l’acqua ghiacciata sciogliere lentamente lo zucchero. Il verde si allargò nel vetro come nebbia dentro acqua scura.
Per un momento il suo cuore accelerò.
Aspettò.
Continuò ad aspettare.
Ogni volta che una donna attraversava il locale, il suo sguardo si sollevava istintivamente. Ogni risata soffocata, ogni movimento intravisto oltre il fumo gli dava l’impressione che lei potesse comparire da un momento all’altro.
Ma la Musa non arrivò.
E l’assenza, lentamente, diventò più pesante della speranza stessa.
Julian finì il bicchiere con calma.
Poi si alzò, pagò il conto e salutò appena con un cenno del capo.
Sulla soglia si voltò un’ultima volta.
Vide soltanto il fumo, il pianista curvo sui tasti e le ombre tremolanti dei clienti contro i muri del seminterrato.
Fuori, la luna illuminava il ciottolato bagnato di Montmartre.
Camminò fino a casa senza fretta, immerso nei suoi pensieri.
Quando entrò nello studio, il suo sguardo cadde subito sulla tela bianca appoggiata al cavalletto. Restò immobile qualche secondo, poi distolse gli occhi e si diresse verso la cucina.
Nella stufa economica le braci erano ancora vive sotto uno strato sottile di cenere.
Julian si inginocchiò davanti allo sportello aperto e vi soffiò dentro lentamente. Il rosso nascosto sotto la cenere tornò a brillare. Poco dopo il fuoco riprese vigore, crepitando piano nel silenzio dell’appartamento.
Preparò una moka di caffè.
Poi uscì sul piccolo terrazzo con la tazza fumante e una sigaretta accesa tra le dita.
La città era quieta.
I tetti di Parigi sembravano galleggiare nella luce lattiginosa della notte.
Julian fumava lentamente, senza fretta. Non aveva voglia di dormire. Voleva restare sveglio abbastanza a lungo da continuare a pensare a quel luogo.
O forse a sentirne la mancanza.
Perché lui c’era stato davvero.
Non avrebbe saputo dire per quanto tempo, ma abbastanza da innamorarsene. E troppo poco per riuscire a dimenticarlo.
Gli mancavano i colori impossibili del Varco. Gli mancava quell’aria viva, satura di possibilità. Gli mancava la pace assoluta che aveva sentito attraversandolo, come se ogni rumore del mondo reale fosse rimasto dall’altra parte del muro.
E più di tutto, mancava lei.
Julian chiuse gli occhi.
No. Non poteva essere stato soltanto un sogno.
Spense la sigaretta contro la ringhiera del terrazzo e rientrò nello studio.
La tela lo stava aspettando.
E lui aveva ancora bisogno di dare una forma a ciò che il resto del mondo non avrebbe mai potuto vedere.
Julian continuava a esporre le sue opere nella vetrina al pian terreno dello studio, come aveva sempre fatto.
Eppure, da qualche tempo, qualcosa era cambiato.
Prima i passanti rallentavano appena, lanciando uno sguardo distratto alle tele prima di proseguire lungo la via. Ora invece si fermavano.
Restavano immobili davanti alla vetrina per minuti interi.
Alcuni entravano senza nemmeno sapere cosa dire. Altri osservavano i quadri in silenzio, quasi inquietati. C’era chi tornava più volte nella stessa settimana, attratto da qualcosa che non riusciva a spiegare.
Julian li vedeva dalla finestra del piano superiore mentre lavorava.
Ma non provava soddisfazione.
Nessuno di loro stava vedendo davvero ciò che lui aveva cercato di mostrare.
Una mattina, mentre disegnava vicino alla finestra dello studio, sentì il suono della campanella al piano di sotto.
Il rumore lo distolse appena dal foglio.
Poi arrivò una voce femminile.
«È permesso?»
Julian rimase immobile.
Qualcosa in quel tono morbido gli attraversò il petto con la rapidità di un ricordo improvviso.
Posò lentamente il carboncino e si avviò verso le scale.
Scendendo gli ultimi gradini la vide di spalle.
Capelli rosso ramato intrecciati in una lunga treccia che ricadeva sulla schiena. La luce grigia della strada filtrava dalla vetrina e accendeva riflessi metallici tra le ciocche.
Per un istante il cuore di Julian mancò un battito.
Ma il suo volto rimase calmo.
«Buongiorno,» disse piano.
La donna si voltò.
Sorrideva.
Non era la Musa.
Eppure qualcosa, nei suoi occhi chiari, sembrò incrinare immediatamente il fragile equilibrio che Julian aveva costruito nelle ultime settimane.
«Buongiorno,» rispose lei. «Mi perdoni se sono entrata senza invito... ma non sono riuscita a resistere.»
Il suo sguardo tornò verso una delle tele esposte vicino alla finestra.
«I suoi quadri...» esitò appena. «Mi danno una sensazione strana.»
Julian non disse nulla.
All’inizio aveva pensato alla semplice curiosità di una cliente attratta da qualcosa di insolito. Ma il tempo era scivolato via senza che nessuno dei due sembrasse accorgersene. Il sole aveva cambiato inclinazione oltre la vetrina, tingendo la strada di riflessi dorati, e loro erano ancora lì, immersi in una conversazione che sembrava sospesa fuori dal tempo.
Sophie osservava ogni tela come se stesse cercando di ricordare qualcosa.
Non guardava i quadri nel modo in cui fanno le persone davanti a un’opera d’arte. Non cercava la tecnica, né il significato nascosto. Li fissava con la concentrazione inquieta di chi sente di conoscere un volto incontrato in sogno.
Faceva domande continue.
«Come le vengono queste forme?»
«Perché usa sempre questo verde?»
«Sono luoghi reali?»
Julian rispondeva con calma, scegliendo con attenzione ogni parola. Parlava di immaginazione, di emozioni, di visioni notturne. Ma non le disse mai la verità.
Non le disse del muro.
Non le disse della Musa.
E soprattutto non le disse che lui, quei luoghi, li aveva attraversati davvero.
Eppure, mentre parlavano, sentiva crescere dentro di sé una strana inquietudine. Sophie non sembrava affascinata dai suoi quadri.
Sembrava colpita da qualcosa che già esisteva dentro di lei.
A un certo punto la ragazza si fermò davanti alla tela più grande dello studio. Quella che Julian non riusciva ancora a considerare finita.
La figura femminile al centro era appena accennata, quasi nascosta dentro un intreccio di linee e architetture impossibili. Intorno a lei, il verde emergeva dal nero in riflessi profondi e irregolari.
Sophie rimase immobile.
Il suo sorriso svanì lentamente.
«È strano...» mormorò.
Julian sentì le dita irrigidirsi attorno al carboncino.
«Cosa?»
Lei esitò appena, senza staccare gli occhi dal dipinto.
«Ho la sensazione di conoscere questo posto.»
Nel silenzio dello studio si sentì soltanto il rumore lontano di una carrozza che attraversava la via.
Julian cercò di mantenere la voce neutra.
«Davvero?»
Sophie annuì piano.
Poi fece un passo più vicino alla tela.
«Dietro quella figura...» disse quasi sottovoce. «C’è un corridoio.»
Il sangue si gelò nelle vene di Julian.
Sophie sollevò lentamente una mano verso il quadro, seguendo con lo sguardo qualcosa che non era stato dipinto.
«È pieno d’acqua,» continuò. «L’acqua arriva quasi alle caviglie... e il soffitto è così alto che non si vede.»
Julian non respirava più.
Perché quel corridoio esisteva.
Lui lo aveva visto oltre il Varco.
Ma non l’aveva mai dipinto.
Mai.
Sophie si voltò verso di lui con un’espressione improvvisamente smarrita.
«Mi dispiace... non so perché ho detto una cosa simile.»
Julian aprì la bocca, ma nessuna parola uscì davvero.
La ragazza abbassò lentamente lo sguardo sulla tela.
E allora accadde.
Per un istante appena, il verde del dipinto tremò.
Non fu un movimento netto. Più una vibrazione liquida sotto la superficie della pittura, come luce intrappolata sotto uno strato sottile d’acqua.
Sophie ritirò la mano di scatto.
«Ha visto?»
La sua voce era poco più di un soffio.
Julian fissava il quadro immobile.
Sì.
L’aveva visto.
La stanza sembrò diventare improvvisamente più fredda.
Dalla strada arrivava ancora il rumore normale della città, il passaggio delle persone, il rotolare distante delle ruote sul ciottolato. Eppure, dentro lo studio, Julian ebbe la terribile sensazione che qualcosa avesse appena aperto gli occhi dall’altra parte della tela.